PIETRO CASTELLITTO: ER PUPONE, IL PREDATORE, IL FILOSOFO

Nell’ultimo anno Pietro Castellitto è stato al centro di un tornado mediatico e artistico, che lo ha reso diverse cose.
È prima regista di I Predatori, vincitore della miglior sceneggiatura nella sezione Orizzonti del festival di Venezia e del recente David al regista esordiente e successivamente attore, nei panni di Francesco Totti per la serie tv Sky original.

Ad oggi lo abbiamo anche conosciuto come intellettuale filosofeggiante con idee però poco condivisibili. Mi riferisco a ciò che ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera di ritenere il Metoo:“battaglia sacrosanta ma movimento ipocrita”.
Con queste ambigue parole l’attore ha spiegato che trova triste e sbagliato aver trasformato una questione così delicata in un modo per arricchirsi, tramite cause ed avvocati. “Se Kevin Spacey mi mette una mano sulla coscia io gliela sposto, non gli rovino la vita”, un discorso logico, per carità, soprattutto in relazione alla potenza attuale delle correnti mediatiche che amplifica ogni cosa. Tuttavia, è squallido ridurre l’importanza del Metoo ad un discorso tale, che esclude e dimentica la sensibilità indispensabile per affrontare questo tipo di problemi.

Che ne penso? Meglio conoscerlo come attore e regista.
Pochi mesi fa si è conclusa la nuova serie Sky original Speravo de morì prima ispirata all’autobiografia Il Capitano scritta da Francesco Totti e Paolo Condò. La serie, che percorre l’addio del capitano giallorosso e l’antecedente crisi dovuta alla difficile relazione con il mister Luciano Spalletti, illumina, tramite molti flashback i momenti più significati della vita del calciatore.
E se a settembre, al Festival del Cinema di Roma, avevo assistito al documentario Mi chiamo Francesco Totti che ritraeva lo stesso calciatore narrare e commentare materiale potremmo dire d’archivio, in questo caso invece i panni der pupone li veste il giovane Pietro Castellitto.
L’attore, nato a Roma, in un’intervista tenuta da Angelo Mangiante proprio sul prato dello stadio Olimpico, ha sottolineato che onore fosse per lui interpretare il ruolo del calciatore che, come tanti tifosi, da ragazzo ha eretto a idolo. “Il calcio non è calcio se Totti non c’è”. Così recita la conclusione di una parte del diario dell’attore scritto all’età di nove anni.
Senza esitazioni posso affermare che lo scherzo del destino che gli ha concesso di diventare l’idolo della sua infanzia sembra riuscire e piacere. Prima ancora di poterne scoprire il volto, la voce dell’attore pare a momenti indistinguibile da quella di Totti. Per i tifosi, per chi lo conosce meglio, sicuramente le differenze sono palesi e facili da cogliere, soprattutto per quanto riguarda il suo volto, ma a rendere questo tipo di biasimi del tutto inopportuni è il clima ironico, a tratti parodistico che la serie porta in luce con grande consapevolezza. Così le vicende che hanno diviso tifosi e scosso parte della capitale dipendente dal pallone, vengono riportate in una serie di finzione in cui gli attori non sono chiamati a imitare, ma ad essere (come Gimbo Tognazzi ha sottolineato riguardo al suo lavoro di interpretazione su Luciano Spalletti in uno speciale Sky sulla serie).
Ma ritorno al giovane classe 91, figlio dell’attore Sergio Castellitto e della scrittrice Margaret Mazzantini. La sua interpretazione, accanto a quella altrettanto valida di Greta Scarano nei panni di Ilary Blasi, è degna di nota e conferma le qualità di un talento che si sta facendo strada. In qualità di attore lo si era già visto nel film La Profezia dell’armadillo diretto da Emanuele Scaringi, adattamento dell’omonimo fumetto di Zerocalcare.
Tuttavia, sono i suoi Predatori a stupire e a valergli il David di Donatello come esordio registico. Pietro non solo gestisce la sua prima regia ma è anche protagonista davanti la macchina da presa. La pellicola, ambiziosa e interessante è l’eclettica rappresentazione di una società spietata che ha ai poli opposti una famiglia fascista di negozianti d’armi e una famiglia borghese in crisi. Come nella serie sul capitano giallorosso, centrale anche nel suo film è la città di Roma, bolgia di intrecci fortuiti e fatali. Il linguaggio, attuale, reale nella forma, è capace di alleggerire i contenuti, spesso complessi. Un’opera prima ricca di generi e rimandi. Una riflessione sulla filosofia Nietzschiana, lo scontro generazionale giovani-adulti e

benché venata da un’ironia tagliente, la drammaticità esistenziale e ancora, la violenza fisica e psicologica, i desideri di autoaffermazione, quelli di distruzione e l’esigenza a esprimersi.
Talvolta con qualche deragliamento di libertà, il giovane regista costruisce una pellicola densa ed ambiziosa. Il film lascia indubbiamente sorpresi per la sua ambiguità e l’evidente esigenza di espressione registica inoltre possiede un suo fascino d’autore.

Non risulta scorrevole né ricorre a facili espedienti seduttivi. Che sia intenzione del regista quella di scomodare e confondere è un dubbio lecito che resta appeso tra l’ingenuità di un neoregista e la cifra stilistica delle sue intenzioni. Ciononostante, la società delineata è contemporaneamente condannata e vera. I Predatori sono individui semplici, persino umili o apparentemente buoni, e tuttavia costretti a mangiare per sopravvivere, per non essere mangiati.

Evidentemente acerba, si attende con curiosità l’evoluzione della carriera registica che attende il figlio d’arte. Peraltro, da attore Pietro Castellitto sembra in grado di destreggiarsi tra ruoli diversi ma soprattutto ha il fegato di affrontare un ruolo esplicitamente ispirato ad un personaggio reale, uscendone indenne, anzi vincitore. Bisogna anche considerare che non c’è banalità nell’interpretare il ruolo di una persona contemporanea, viva, e sono decisamente pochi i paragoni da poter fare.

Sebbene dunque sia apprezzabile e di grande talento la sua interpretazione mentre mugugna e bofonchia con la stessa ironia a cui Francesco Totti ci ha abituato, ad interessarmi davvero sono le sue capacità registiche che presto spero di poter rivedere sul grande schermo.
Riguardo le sue dichiarazioni sul movimento Metoo, mi pare ovvio esprimermi con dissenso e ritenerle un errore, causa un misunderstanding o un cinismo filosofeggiante. Il suo amore per Nietzsche si colloca perfettamente all’interno del suo film, non fuori.

Di Giorgio Stefani, 01/06/2021