MANK: RECENSIONE

Una storia che ha aspettato anni per essere raccontata. Una storia elaborata parzialmente da un padre e custodita gelosamente dal figlio. La storia dell’uomo che ha reso Rosabella la parola più evocativa del cinema mondiale. Herman J Mankiewitz, l’eclettico sceneggiatore che diede vita, insieme ad un giovane e talentuoso Orson Welles, al film più osannato della storia, Citizen Kane (Quarto potere). Quel figlio regista, David Fincher, l’ha diretta e diffusa tramite Netflix, piattaforma che ultimamente, nelle vesti di produttore e distributore, concede ampio spazio al cinema d’autore.

La storia dedicata al famoso e ribelle sceneggiatore di Hollywood era stata scritta dal padre di David, Jack Fincher e, sebbene fosse nei piani realizzativi di Fincher figlio fin dagli inizi della sua carriera cinematografica, era stata sempre censurata o messa da parte da un’industria cinematografica con lo sguardo rivolto in avanti e mai indietro, verso l’obsoleto bianco e nero. Grazie a Netflix, oggi Mank ha trovato terreno fertile per diffondere come eredità artistica le radici biografiche di un cinema consacrato a sopravvivere per sempre.

Definirlo un biopic è riduttivo. Il film, tecnicamente e narrativamente, è uno spaccato di storia cinematografica e politica nella Hollywood degli anni 30 e 40.  Herman J Mankiewitz (da ora Mank) a causa di un’incidente è costretto a letto in una residenza fuori dal mondo, un ranch vicino Victorville, nel Mojave. Qui, dovrà scrivere in soli due mesi, tramite l’aiuto di Lily Collins nei panni di agile dattilografa, la sceneggiatura del nuovo film di Orson Welles.  Mank, interpretato da uno strepitoso Gary Oldman, è un irriverente scrittore, senza peli sulla lingua, politicamente impegnato e con un problema, fatale, con l’alcool.

In un continuo di flashback e flashforward (assolutamente evocativi dello stile usato dal film che celebra) si ripercorre la sua carriera alle prese con la Metro Goldwin Mayer, tra le elezioni del governatore della California e l’ascesa politica di un Hitler nella lista di quelle persone che non vanno prese sul serio.  Fincher descrive Mank come uno spirito libero, troppo integro per assecondare le scelte operative e politiche dell’industria per cui lavora, troppo testardo per capire la pericolosità delle proprie azioni e la ricaduta delle sue parole. Il regista trasforma la linearità di uno scontato biopic tramite un eccezionale caratterizzazione dei personaggi secondari. La moglie di Mank definita la povera Sara dal marito, si rivela invece tutt’altro: una donna estremamente forte, rigida e dalla grande personalità.

Luis B. Mayer, direttore dell’omonima major hollywoodiana, che si impegna in una spietata campagna elettorale di sponda repubblicana per sminuire la crescente popolarità del candidato socialista alla rappresentanza della California Upton Sinclair (contro il repubblicano e infine vincitore, Frank Merriam).

E poi c’è William Randolph Hearst, interpretato da Charles Dance, amico di Mayer, magnate del giornalismo americano e potente figura politica che sembra poter aspirare un giorno alla presidenza degli US. Quest’ultimo è una figura centrale, non solo nel film di Fincher ma anche in quello che Mank sta scrivendo. La figura di Hearst e i suoi avvenimenti biografici, sapientemente romanzati, hanno effettivamente ispirato lo sceneggiatore per il personaggio di Kane. Nel film, lo sceneggiatore sembra convivere con il disprezzo che serba nei riguardi di quest’uomo finché, ubriaco marcio, non esplode in un monologo letterario e ironico, che sancisce la fine di questa superficiale relazione. Mank disprezza Hearst e il suo stile di vita, ma allo stesso tempo ne è artisticamente attratto, forse proprio perché rappresenta ciò che lui non ha scelto di essere. A legare queste due personalità opposte c’è Marion Davies, attrice e amante di Hearst, con cui Mank stabilisce un amore platonico, alimentato da passeggiate notturne e dialoghi profondi.

La gestazione di Quarto Potere, forse l’opera più famosa del cinema americano è un filo rosso attorno al quale si sviluppano vari scenari e trame volte non solo a descrivere l’enigmatico Mank ma anche la crisi cinematografica che investe Hollywood in quegli anni. La gente infatti, non va più al cinema. Buffo pensare che, nonostante i motivi siano altri, oggi il problema sia lo stesso; e a dircelo è un film uscito su una piattaforma SVOD, nemica numero uno della sala. La riflessione metacinematografica non è un nostro slancio critico ma piuttosto è un tema che, nonostante la delicatezza e le sfumature trasmesse, il regista medesimo affronta con fare provocatorio. Fincher risponde alla crisi della sala affidandosi a Netflix, come già in passato aveva fatto, in qualità di produttore esecutivo di uno dei primi successi della piattaforma come House of Cards.

Questo rende ancora più interessante l’operazione di girare e distribuire in una piattaforma streaming, un film che celebra la sala cinematografica e l’industria che per anni è sopravvissuta con quel meccanismo di distribuzione. Un cortocircuito di significazioni e piani che imporrebbe pensieri sulla modalità della distribuzione cinematografica.

Oggi la sala cinematografica non detiene più il primato espressivo o il marchio di eleggibilità artistica di un tempo, eppure mantiene la nomea di distributore dal sangue blu. Sono però film come Roma o Marriage Story a mettere le cose in discussione entrando a testa alta nella sala degli Oscar. Dal canto suo, anche Mank potrebbe meritare una nomination per la statuetta, forse proprio alla sceneggiatura, la stessa che nel 42 vinse il suo protagonista, Herman J Mankiewitz. Ma anche la fotografia nostalgica e la regia tecnicamente sorprendente sono parte integrante della riuscita di questo film.

Il film di David Fincher si dimostra all’altezza della storia che rappresenta con grande fedeltà tecnica, introducendo l’autorialità di un regista interprete della settima arte. Si potrebbe dire che Mank è un nipotino che si inchina rispettoso a suo nonno, lo aiuta a sedersi e poi gli insegna come si usa uno smartphone.

Di Giorgio Stefani