L'ARMINUTA

 

L’Arminuta è un film del 2021, tratto dal romanzo che nel 2017 valse all’autrice Donatella Di Pietratonio il Premio Campiello. Il regista è Giuseppe Bonito, già assistente alla regia di Mattia Torre ai tempi di Boris. Il film è l’unico italiano selezionato nella sezione principale della Festa del Cinema di Roma, e verrà distribuito nelle sale da Lucky Red a partire dal 21 ottobre 2021.

La trama dell’Arminuta ( che in dialetto abruzzese, significa “la ritornata”) è di una semplicità quasi ruvida. Si tratta della protagonista dell’opera, la ragazza di cui non verrà mai detto il nome, ad essere ritornata, o meglio, riconsegnata, alla madre che dice di averla messa al mondo. Cresciuta e maturata fino all’età dei tredici anni in una famiglia molto ricca, 

L’Arminuta viene restituita al mondo da cui proviene davvero, fatto di ruralità, estrema povertà e legami mai veramente compresi. Il film vuole raccontare l’odissea della piccola, che oltre al distacco da quella che credeva la vera famiglia, si ritrova altresì obbligata ad accettarne un’altra, nemmeno lontanamente paragonabile alla precedente, dove dovrà creare da zero il legame con la sua vera madre, scoprendo inoltre di avere una sorella più piccola
Quello che ci insegna il Cinema è che non è semplice trasportare su pellicola un intero universo narrativo che proviene da un libro, e che di fatto l’unico modo per far si che questa transizione avvenga nel migliore dei modi è che il regista comprenda appieno la vera essenza del film senza tentare di trasfigurarla, cambiarla o semplicemente renderla ciò che non è. Giuseppe Bonino in ciò, fa un buon lavoro. Il tema di una famiglia disintegrata, cosi ben descritto e spiegato nel libro da cui è tratto, qui è fedelmente ripresentata in un luogo in cui molti vanno a coesistere molti personaggi che non sono assolutamente in grado di comunicare. Ciò che si evince essere il tema dell’Arminuta, è proprio la facoltà o il prodigioso (non) potere dell’impossibilita di costruire un legame e delle sue relative sfumature.

Quello che è evidente a noi spettatori di questo dramma, (e forse anche a loro protagonisti della pellicola) che l’unico legame che può, e che ai fini della trama, deve esistere tra i protagonisti è una sensazione di dolore che non si può allontanare, quasi impossibile da non cogliere nei volti e nelle parole, che permea tutto lo svolgersi della trama, fino alla sua fine. Ed è anche in questo che tutti gli attori sono bravi; mostrare un dolore di una intensità e profondità tali da non poter spiegare le azioni dei protagonisti in nessun altro modo.  Tutta la famiglia è caratterizzata al completo solamente in alcuni determinati momenti della giornata: il lavoro, i pasti o le faccende domestiche. Quelle sono le occasioni per utilizzare il medium cinematografico al meglio delle sue possibilità per unire/frantumare la famiglia in modi sempre più netti e virtuosistici.

La visione dell’Arminuta mi ha ricordato l’origine di un romanzo di formazione, lo svolgersi di una storia dove la protagonista impara dalle difficoltà a dialogare con i propri demoni e con quelli degli altri. La ruvidezza ed il suo essere brutale mi ha convinto a collegarlo ad un altro capolavoro letterario “Stoner” di John Williams, uno dei romanzi più belli di sempre, dove si narra la storia apparentemente insignificante di Stoner, una vita assolutamente normale e abitudinaria quanto straordinaria e umana, resa perfettamente bilanciata da Williams. Anche qui il linguaggio crudo ed assolutamente comprensibile ci imprigionano in una lettura del libro quasi ipnotizzante, ed è esattamente quello che succede alla visione del film. Persino il rapporto con Vincenzo, il fratello, che è l’araldo di un mondo incomprensibile e immobilizzato nel passato, ci sembra controverso e mezzo di impulsi ripugnanti e primigenei, dove infatti viene rappresentato la parte più oscura di un odio antico e cieco a qualunque altra spiegazione. L’unico rapporto positivo della protagonista sarà con il personaggio di Adriana, magistralmente interpretata da Carlotta de Leonardis che riesce a incanalare nel personaggio un carisma ed un ardore fuori dall’ordinario, vero altro polo di un mondo antico e distrutto da silenzi mai interrotti. Una bellezza tale del personaggio che risplende nelle scene in cui interagiscono e nei paesaggi in cui è ambientato il film.

Dall’altro lato invece c’è l’incredibile performance di Carlotta De Leonardis, che nel personaggio di Adriana versa una vivacità e un’intensità davvero rare per la sua giovanissima età. Lei è l’altro polo, quello della bellezza e della semplicità di un mondo rimasto ancora puro e incontaminato. Una bellezza che si ritrova, come contrappunto ai grigi degli interni, nella bellezza mozzafiato dei campi lunghi sui paesaggi montuosi in cui la vicenda è ambientata. E il finale in effetti ribadisce come quello tra la protagonista e Adriana sia l’unica connessione davvero positiva nel film. 

Quello che si palesa durante il film è il tema del doppio, ovvero la dicotomica esperienza che la protagonista ( e noi con lei) riusciamo a vivere seguendo in maniera cronologica l’intera vicenda: una ragazzina che passa da una famiglia ricca ad una molto povera, una ragazzina molto intelligenza che finisce tra dei contadini, ma al contempo un’Arminuta senza basi solide e senza famiglia che trova in un territorio naturalistico e perennemente avvolto nel silenzio, le sue radici. 

L’Arminuta è una pellicola complessa, ma decisamente ben fatta che riesce a convincere per la sua forza e dichiarazione di intenti, riuscendo a palesare tutta la dirompente potenza del romanzo da cui è tratto.

Articolo di Alessio Lucignoli, 15 novembre 2021