IL DIAVOLO VESTE #FASTFASHION

Nonostante gli auspici dell’oroscopo di Paolo Fox fossero dei più positivi, il 2020 si è rivelato un anno estremamente complesso, decisamente inusuale. L’epidemia da SARS COVID-19 ha creato numerosi mutamenti della vita quotidiana e milioni di persone si sono ritrovate catapultate in una realtà nuova, ai limiti di un romanzo orwelliano.

L’unica costante che sembra coinvolgere ogni individuo indistintamente dalla classe sociale, etnia e genere sono i dati riportati dalle industrie di moda delle più grandi catene mondiali. Nonostante i risultati discreti riportati dalla maggior parte degli e-commerce dei brand globalmente più affermati (ne è un esempio Bershka), questo è il primo anno in cui l’industria del fast-fashion sembra essersi leggermente arrestata nella sua crescita. Secondo gli analisti della società di consulenza strategia MCKinsey&Co dunque, tra marzo e aprile, le vendite online sono diminuite dal 5% al 20% in Europa, dal 30% al 40% negli USA e dal 15% al 25% in Cina. In particolare il mercato svedese di H&M, che era aumentato del 24% lo scorso anno, attualmente vale solo un decimo del suo fatturato, chiudendo 3.441 negozi su 5.062 dopo aver registrato un calo nelle vendite del 44%. Anche il colosso ZARA ha deciso di chiudere temporaneamente più della metà dei suoi negozi fisici, mentre il marchio Uniqlo ha decretato un calo del 44% delle vendite fino al mese di agosto.

Il vero fulcro del problema tuttavia, è la grave crisi di tipo globale a cui sono a capo le industrie del fast fashion. La cosiddetta “moda veloce” è infatti la seconda industria al mondo per inquinamento, i cui danni che i materiali scadenti, lo sfruttamento delle materie prime e della mano d’opera arrecano al pianeta sono così importanti e deleteri, da non poter essere neanche quantificabili. Sebbene colossi internazionali come Amazon, abbiano fatturato incredibilmente durante i lockdown di ogni paese, le aziende di moda, come si è già accennato, hanno subito un forte danno economico dalla chiusura forzata dei negozi fisici e si stima che siano andati persi miliardi di introiti in soli sei mesi, il cui recupero non sembra auspicabile per il prossimo anno. 

Il 2020 è stato quindi un momento di inesorabile stallo nella manifattura sia del cheap fashion che dell’alta moda: se da un lato dunque, si avrebbe la possibilità di interrompere il ciclo vizioso in cui la produzione, l’inquinamento, lo spreco e il non riciclo, sono gli apparati maggiormente coinvolti, dall’altro lato marchi illustri e dedicati esclusivamente all’alta moda, potrebbero cogliere l’occasione di modificarsi a loro volta in nome di un processo di realizzazione più sostenibile. Le due facce della stessa medaglia si stanno osservando in questi mesi reciprocamente come in un duello à la “Mezzogiorno di fuoco”, in attesa che l’altro alzi per primo la pistola del cambiamento. Tuttavia, anche le alternative ecologiche sono al momento impossibilitate a crescere a causa delle grandi restrizioni che la pandemia ha portato con sé, dati il poco potere di acquisto che il consumatore medio possiede a momento e le procedure di sanificazione dispendiose che i mercatini dell’usato sono tenuti a svolgere regolarmente. 

Attualmente perciò non è possibile fornire una risoluzione certa al problema dell’inquinamento, né tantomeno si è in grado di fornire un modello unico al quale possano fare capo sia l’industria meno costosa che quella dell’high fashion. Si prospettano perciò scenari inediti per il prossimo 2021: tra passerelle e vetrine, ci si augura che il cambiamento possa attuarsi il prima possibile.

Di Francesca Di Pasquo

 

Fonti: “La frenata del fastfashion. DaH&M a ZARA e Uniqlo, il modello da ripensare” (L’economia, Il corriere)