IL CINEMA (NON) DEVE MORIRE

Dal 24 ottobre il tempo si è definitivamente fermato sui palchi scenici e tra le poltrone delle sale cinematografiche. Dopo due stagioni, quella primaverile e quella estiva, oggettivamente difficili per entrambi i settori, lo Stato ha ritenuto fosse appropriato chiudere entrambi, a discapito di milioni di lavoratori. Non sono bastate le proteste pacifiche e neanche le decine di studi scientifici che dimostravano la bassissima possibilità di contrarre il COVID-19 in questi spazi: il governo ha definitivamente sbarrato le porte.

È risaputo tuttavia che sia l’ambito teatrale che quello cinematografico, già prima del diffondersi della pandemia, stessero attraversando un lungo periodo di forte crisi economica. In un paese in cui i fondi per la cultura sono i più difficili da ottenere, contornati da una burocrazia dai tempi estremamente lunghi e con una tutela del lavoratore che rasenta l’illegalità, non sembra che la situazione possa migliorare nei tempi prossimi. Spiegato ciò, appare ovvio porsi un quesito fondamentale: il cinema e il teatro sono destinati a fallire?

Dato il quadro tragico che ne è stato dipinto, sembra che la risposta sia ovvia e scontata, eppure occorre sottolineare alcuni punti prima di trarre le somme.

Innanzitutto è necessario comprendere le tipologie di crisi che stanno affrontando entrambi i campi, generalmente divisibili in due parti: una, data dalla mancanza di fondi pubblici, e una generata dalla diffusione delle piattaforme di streaming di tipo OTT (over the top). Per ciò che concerne la prima appare chiaro che, grazie agli estenuanti sforzi di ogni lavoratore, il teatro e il cinema sono due forme d’arte essenziali e alle quali il pubblico, seppur altalenante, non è ancora disposto a rinunciare. Secondo il report Istat del 2017 riguardante le attività culturali, quasi 30 milioni di persone si sono recate al cinema in quell’anno (superando di gran lunga i numeri degli anni precedenti) e sottolinea inoltre, una maggiore partecipazione da parte del pubblico femminile in tutte quelle attività sociali, nello specifico teatrali passando dal 16,0% del 1998 al quasi 20,0% dell’anno preso in considerazione. Per ciò che concerne la seconda invece, occorre fornire una prima definizione di OTT. Gli Over The Top vengono definiti dall’AGCOM come quelle imprese che forniscono, attraverso la rete Internet, servizi, contenuti (soprattutto video) e applicazioni di tipo “rich media”. L’esempio probabilmente più conosciuto è rappresentato dal servizio di distribuzione multimediale a pagamento più ricco del momento: Netlfix. Proprio il suo aver penetrato la quotidianità dello spettatore medio infatti, ha difatti messo in guardia sia i cinefili sia gli economi, predicendo il fatto che tra non molto più che di qualche anno, le sale cinematografiche siano destinate a scomparire. Se da un lato è doveroso notare come sicuramente i nuovi mezzi di diffusione abbiano limato alcune dinamiche riguardanti la produzione di film e serie tv, dall’altro è necessario sottolineare che, ad oggi, la sala cinematografica rimane l’unico mezzo per il quale si stabilisce il valore di un prodotto audiovisivo. Il celebre “primo weekend in sala” è dunque, l’unico metodo che può dare il via al meccanismo di “catena del valore” di un certo film e attualmente, non sembra che ci siano cambiamenti in vista.

È certo che la pandemia porterà ancora numerosi stravolgimenti sia in questi settori che, più in generale, nella nostra quotidianità. Dunque non si può far altro al momento che augurare molta fortuna agli imprenditori, ai lavoratori, ai distributori, agli attori e a tutti coloro che collaborano e hanno investito tutta la loro vita in un mestiere così precario, ma che regala degli attimi ci gioia indescrivibili. Con la speranza che anche il governo si renda conto della necessarietà delle arti dello spettacolo, occorre rispondere alla domanda che ci si era posti: no, il cinema e il teatro non moriranno.

Di Francesca Di Pasquo

 

Fonti. AGCULT, report Istat del 2017